I principali funghi velenosi e i loro effetti

L’Amanita phalloides (Vaill.: Fr.) Link. è, tra i funghi mortali, quello più diffuso e quindi più pericoloso. E’ una specie micorrizica, cioè forma legami anatomici con gli apici radicali di alcune latifoglie, in particolare con querce di tutte le specie, carpini, castagni e noccioli.
Fruttifica dalla pianura alla montagna, in tutta Italia isole comprese. Non esiste nei boschi di conifere, ma attenzione! Basta un piccolo cespuglio di nocciolo (Corylus avellana) in un’abetaia o in una pineta per far sviluppare il micelio.

E’ un fungo molto comune e, soprattutto per la sua pericolosità, deve essere ben conosciuto. Non è comunque una ragione per distruggerlo! La prevenzione si fa con la conoscenza, che è sinonimo di rispetto, e non con la distruzione! Come abbiamo più volte affermato tutti i funghi, velenosi inclusi, sono utili e indispensabili per l’equilibrio ambientale. La distruzione degli sporofori limita o impedisce la riproduzione e la diffusione della specie, alterando l’equilibrio biologico dell’ecosistema nel quale il fungo vive.

L’Amanita phalloides è una specie VELENOSA-MORTALE; provoca sindrome falloidea, che è una sindrome citotossica a lunga incubazione con particolare azione selettiva sugli epatociti cioè le cellule del fegato.
E’ velenoso tutto il corpo fruttifero (cappello, lamelle, gambo, anello e volva) con la sola eccezione delle spore. In verità le spore di tutti i funghi velenosi non sono mai tossiche: le sostanze tossiche nei funghi sono prodotti del metabolismo della cellula fungina e la spora, non avendo nessuna o minima attività metabolica, non può contenerne.

I veleni contenuti nell’Amanita phalloides sono vari e di diversa struttura chimica; tra essi, i più pericolosi sono le amanitine, in particolare l’a-amanitina, che si lega all’enzima RNA polimerasi B, inibendolo; il blocco funzionale di questo enzima, indispensabile per la sintesi proteica, provoca la morte della cellula.

Un’altra caratteristica dell’a-amanitina è la sua tossicità selettiva per alcune cellule (quelle del fegato appunto) e non per altre. L’a-amanitina, di struttura ciclopeptidica (cioè proteica), è letale in quantità di 0,1 mg per Kg di peso corporeo. Per un uomo adulto di 80 Kg di peso sono letali 8 mg di a-amanitina, e tale quantità è contenuta in circa 100 g. di fungo fresco. Da ciò si deduce come piccole quantità di Amanita phalloides, anche di 20 g., possono essere letali.

I sintomi dell’avvelenamento si manifestano tardivamente, cioè dalle 6-10 ore fino a 48 ore dopo l’ingestione e si evidenziano subito con vomito, diarrea, crampi muscolari e abbondante sudorazione (forte disidratazione dell’organismo); in seguito, dopo circa 35-48 ore, compare l’epatite anitterica (cioè l’inizio della distruzione delle cellule epatiche) e presenza di globuli rossi nelle urine. Se l’avvelenamento è stato trattato tempestivamente, l’evoluzione è favorevole e si risolve positivamente verso la quarta, quinta giornata; se invece è stato trattato tardivamente, oltre le 48 ore, la morte si verifica verso la decima giornata per coma epatico.

Specie confondibili: allo stadio di ovolo con Amanita caesarea o con piccole vesce bianche (Generi Bovista, Lycoperdon, Vascellum). Allo stadio adulto con Volvariella, Amanitopsis, Tricholoma e Russula di colore verde, grigio-verde o bruno-verdastro.

Più pericolosa è la sua varietà alba, completamente bianco-candida, confondibile con altri funghi bianchi, in particolare con i “prataioli” (Genere Agaricus, soprattutto con A. arvensis, oppure con il Genere Leucoagaricus, in particolare con il L. leucothites o Lepiota naucina).
Anche le specie simili Amanita verna e Amanita virosa, al pari mortali e di colore bianco, possono provocare le medesime grossolane confusioni.

Altre specie pericolose, sempre potenzialmente mortali, e che provocano la medesima sintomatologia, sono le piccole Lepiota (Lepiota josserandii, brunneoincarnata, fuscovinacea etc.) e la Galerina marginata e specie simili.
Le prime sono funghi di piccole dimensioni: il cappello misura al massimo 3-6 cm. di diametro. In particolare la comune L. josserandii ha un cappello con piccole squame rosa-brunastre su un fondo biancoocraceo. Le lamelle sono bianche come le spore in massa, mentre il gambo è sottile, concolore al cappello e con zebrature più chiare: l’anello è effìmero e membranoso. Cresce nei luoghi erbosi nei parchi e nei giardini, negli orti e nei luoghi incolti. Questa specie e tutte le altre Lepiota di piccola taglia provocano anch’esse sindrome falloidea che, ripetiamo, è una sindrome citotossica a lunga incubazione con particolare azione selettiva sugli epatociti cioè le cellule del fegato. Sono confondibili con le gambesecche (Marasmius oreades), con “prataioli” (Gen. Agaricus) o con Lepiota di taglia superiore.

Di piccole dimensioni, Galerina Marginata ha una crescita tendenzialmente cespitosa. Possiede un cappello igrofano di colore giallo-miele o giallo-bruno. Il gambo è più scuro, sottile, finemente squamoso, con un piccolo anello membranoso presto caduco. Cresce su ceppaie di peccio (Picea abies). E’ confondibile con i “chiodini” (Armillaria mellea) al pari colorati e soprattutto con la “famiglia gialla” (Kunheromyces mutabilis).

Altre specie al pari mortali, ma che per fortuna causano avvelenamenti meno frequenti, più localizzati e più dipendenti dall’andamento stagionale e climatico, sono il Cortinarius orellanus, dei boschi di latifoglie e il Cortinarius speciosissimus (oggi C. rubellus) che cresce invece in quelli di conifere.

Cortinarius orellanus

Sono più pericolosi dell’Amanita Phalloides, perchè provocano una sintomatologia generalmente più a lungo termine, rendendo vani e meno efficaci gli interventi terapeutici. Di piccole o medio-piccole dimensioni, Cortinarìus orellanus è caratterizzato da un cappello asciutto fulvo o bruno rossiccio, non o poco umbonato, e dal gambo cilindrico, attenuato alla base, concolore, asciutto e fibrinoso. La cortina è effimera e la carne di colore crema-paglierina. Cresce gregario o a gruppi di vari esemplari nei boschi di latifoglie, castagni e querce in prevalenza.

Provoca sindrome citotossica a lunga incubazione, dalle 8-10 fino a 48 ore dopo il pasto.
I composti tossici esplicano la loro azione prevalentemente a livello renale. Il rene è infatti l’organo più colpito e la compromissione renale è la causa della morte nella maggior parte dei casi. Inoltre una nefropatia cronica può persistere nei pazienti che superano l’intossicazione, tanto da richiedere un trattamento emodialitico continuo o, se possibile, il trapianto ranale.

Il Cortinarius speciosissimus (= C. rubellus) è molto simile e provoca il medesimo tipo di avvelenamento. II cappello è generalmente umbonato (umbone acuto) e il gambo è decorato da incostanti bande, zebrature giallo-aranciate. Cresce nei boschi di conifere, prevalentemente di pecci (Picea abies) vicino a residui legnosi. Sia il C. orellanus che il C. speciosissimus sono confondibili con esemplari maturi, a crescita isolata, di chiodini (Armillaria mellea).

Seguono in ordine di importanza e frequenza tossicologica, le Clitocybe “bianche” (Clitocybe dealbata, cerussata, phyllophyla, candicans, rivulosa etc. e l’Entoloma sinuatum (= E. lividum). Le prime provocano sindrome muscarinica a breve incubazione e cioè un avvelenamento meno pericoloso, mei letale, rispetto ai precedenti. Sono confondibili con i “prataioli” (Gen. Agaricus) o con Lepiota o Leucoagaricus al pari colorati.

L’Entoloma sinuatum provoca sindrome gastrointestinale a breve incubazione ma con possibili danni epatici e renali. Viene spesso confuso con la Clytocibe nebularis o alcune Lepista praticole di colore fondamentalmente grigio, in particolare con la L.panaeola.

Esistono poi altre specie che però provocano avvelenamenti meno frequenti, più localizzati e relativamente meno gravi. Ricordiamo, tra i più noti: Amanita muscaria e pantherina, diverse Inocybe, Paxillus involutus, Tricholoma pardinum e josserandii, Boletus satanas, le Russula e i Latarius acri.

Alcune altre specie provocano ogni anno in Italia avvelenamenti più o meno diffusi e più o meno gravi. Citiamo, secondo le statistiche, il “fungo dell’olivo” (Omphalotus olearius), il “chiodino” (Armillaria mellea s.l.), il “nebbione” (Clitocybe nebularis) e altri …
E’ da notare che questi ultimi due sono considerati generalmente come funghi commestibili, spesso venduti sui mercati, ma che possono anche provocare, in varie condizioni e situazioni, disturbi gastro-enterici di una certa entità. Infatti una non trascurabile percentuale dei casi di avvelenamento registrati ogni anno riguarda funghi commestibili, porcini inclusi! In questo ultimo caso si tratta però di funghi alterati, avariati, mal conservati o chimicamente inquinati, oppure vettori di allergie o intolleranze alimentari e, ancora, talvolta si può parlare semplicemente di “sensibilità individuale momentanea”.

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